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16 marzo 2009
Via Fani...31 anni fa



permalink | inviato da Andrea Sfondrini il 16/3/2009 alle 17:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
14 marzo 2009
La mozione del Partito Democratico sull'assegno di disoccupazione

La Camera/ Il Senato,

premesso che

la crisi economica internazionale, come ampiamente previsto, da mesi sta facendo sentire i suoi effetti anche nel nostro paese. Gli ultimi dati, recentemente resi noti dal Servizio studi dellaConfindustria, configurano il 2009 e il 2010 come due anni di recessione con conseguente tracollo dei posti di lavoro: secondo gli stessi dati nell’anno in corso saranno 600 mila i lavoratori che perderanno il posto di lavoro e la disoccupazione salirà al 8,4%. Solo nel mese di dicembre 2008, il ricorso alla cassa integrazione ordinaria da parte delle aziende, ha conosciuto un incremento pari al 526% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Dati questi che prefigurano un anno particolarmente nero per l’occupazione italiana; in questo quadro, già di per sé abbastanza fosco, si inserisce il problema dei lavori con contratto a termine, i lavoratori cosiddetti precari, che nel nostro paese riguarda un lavoratore su 8. Un fenomeno molto vasto ed in costante crescita: il lavoratore atipico è molto più frequente nel Sud del paese, ma avanza anche nelle regioni del Nord: secondo i dati elaborati dalla Cgia di Mestre i lavoratori precari in Italia ammontano a 2 milioni 812 mila, circa il 12 per cento degli occupati.

Negli ultimi cinque anni, il lavoro precario nel Nord è aumentato del 17 per cento, - contro un modesto 3,1 per cento di contratti a tempo indeterminato - con punte, però del 24,6 per cento solo nel Nord-est; si tratta di migliaia di lavoratori privi di tutele, che saranno i primi a pagare gli effetti della crisi economica. Si stima che sono circa 305 mila i contratti scaduti solo al 31 dicembre 2008 ai quali il decreto del governo, il cosiddetto “sostegno all’economia”, ha previsto un sussidio poco più che simbolico e comunque non ancora operativo, pari al 10 per cento sull’ultima retribuzione. Inoltre, la platea dei precari che beneficerà delle norme contenute nel decreto, non sarà superiore al dieci per cento del totale dei lavoratori precari. Mentre, in un recente studio pubblicato dall’Università la Sapienza di Roma, si calcola che siano oltre 800 mila gli atipici a “rischio precarietà”, vale a dire con un solo contratto e un solo committente; a fronte di questa situazione le misure predisposte dal Governo si sono rilevate totalmente inefficaci a contrastare la profonda crisi in atto. Gli stanziamenti previsti e la platea alla quale si riferiscono i benefici, in particolare del decreto 185/2008, appaiono sottostimati e totalmente inadeguati a far fronte alla grave crisi economica ed occupazionale che sta già investendo il nostro paese e che perdurerà almeno per i prossimi due anni. Per di più, con il decreto-legge 112/2008, convertito con la legge 133/2008, è stato abolito il processo di stabilizzazione del personale precario avviato con le due leggi finanziarie del Governo Prodi, e ciò determinerà la perdita di lavoro di oltre 60 mila lavoratori precari della pubblica amministrazione e della scuola; a distanza di pochi mesi, si evidenzia tutta la fondatezza delle critiche mosse dal PD alle misure del Governo che hanno distolto ingenti risorse per interventi inefficaci o iniqui come l’eliminazione dell’ l’Ici o la detassazione degli straordinari. Una misura, quest’ultima, assolutamente inappropriata perchè in un momento di crisi economica e di rischio occupazionale gli straordinari sicuramente non sono una misura alla quale ricorrono le aziende in difficoltà. Queste risorse avrebbero potuto invece essere indirizzate verso gli ammortizzatori sociali, vera e propria emergenza dell’anno in corso; manca, a tutt’oggi, una strategia condivisa di sostegno all’occupazione, così come non è stata data attuazione ad un disegno organico di riforma degli ammortizzatori sociali, secondo le linee guida concordate tra Governo e parti sociali, con il Protocollo del 23 luglio 2007; in questo quadro gli interventi proposti dal Governo sono tardivi ed ancora una volta inefficaci: anche l’accordo recentemente raggiunto con le Regioni non si propone di avviare la riforma degli ammortizzatori sociali, cosa che è diventata urgente, ma si limita ad intervenire sui vecchi strumenti, aumentando le risorse sulla cassa integrazione in deroga; appare necessario approntare, con strumenti eccezionali, misure che assicurino forme di tutela economica, tramite un assegno mensile di disoccupazione, pari almeno al 60 per cento della retribuzione percepita ogni mese nell’ultimo anno lavorativo, per quei lavoratori che, in caso di licenziamento, fino ad ora risultano esclusi dall’accesso agli ammortizzatori sociali, vale a dire: i lavoratori a tempo determinato e indeterminato appartenenti ai settori ed alle imprese che non risultano destinatari di alcun trattamento di integrazione salariale, i dipendenti da imprese nel settore artigiano; gli apprendisti; i titolari di partita Iva, in regime di monocommittenza, con un reddito inferiore ad una determinata soglia; i soggetti iscritti alla gestione separata INPS di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335; in coerenza con tale impostazione il Partito Democratico ha già avanzato precise proposte, sia in occasione dell’esame del citato decreto-legge 185/2008, sia con appositi progetti di legge volti ad assicurare l’estensione delle misure di sostegno del reddito dei lavoratori esclusi dall’applicazione degli strumenti previsti in materia di ammortizzatori sociali. Al Senato il 14 ottobre 2008 a firma Finocchiaro, Treu e altri, alla Camera il 23 gennaio 2009 a firma Damiano e altri; gli interventi previsti nel Protocollo tra Governo Regioni e Province Autonome del 12 Febbraio 2009 riguardano esclusivamente i lavoratori coinvolti in trattamenti in deroga ai sensi dell'art. 19, comma 8 del D.L. 185/2008 convertito con modificazioni dalla Legge n. 2 del 2009 e che quindi escludono i soggetti iscritti alla gestione separata INPS di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335; gli effetti della crisi economica non possono essere fatti gravare esclusivamente sui lavoratori ed in particolare sui lavoratori più deboli, quali risultano i lavoratori precari e i lavoratori delle imprese artigiane e delle piccole imprese industriali; le misure di sostegno al reddito dei disoccupati sono uno strumento di giustizia sociale e insieme di sostegno ai consumi e alla domanda che contribuirà al rilancio dell’economia;

impegna il Governo

ad adottare, entro il 31 marzo, misure volte ad assicurare per l’anno 2009 forme di sostegno del reddito, attraverso l’istituzione di un assegno mensile di disoccupazione, pari almeno al 60 per cento della retribuzione percepita ogni mese nell’ultimo anno lavorativo, per tutti quei lavoratori attualmente esclusi dall’accesso agli strumenti previsti dal sistema di ammortizzatori sociali e che hanno perso il posto di lavoro dal 01 settembre 2008; ad estendere a tutti i lavoratori le tutele della cassa integrazione previste nei casi di crisi temporanea e di sospensione del lavoro. Oggi i dipendenti delle piccole imprese e i precari sono largamente privi di tutela, con la conseguenza che anche crisi temporanee hanno effetti sociali gravi, lasciano senza reddito i lavoratori e costringono spesso le imprese a licenziare i dipendenti, disperdendo così risorse umane preziose, necessarie per la futura ripresa; a procedere, con il coinvolgimento delle parti sociali, al varo di un disegno organico di riforma degli ammortizzatori sociali attraverso le linee guida concordate tra Governo e parti sociali con il Protocollo del 23 luglio 2007 e indicate nei disegni di legge del PD sopra ricordati, che preveda forme di attivazione per la ricerca di impiego e per la formazione da parte dei lavoratori beneficiari delle tutele al reddito (Patto di servizio).

Per la copertura degli oneri dell'assegno mensile per i disoccupati si propone:

1. il riavvio delle politiche anti-evasione, a cominciare dalla tracciabilità dei corrispettivi, dal limite massimo dei trasferimenti in contanti e dal ripristino delle sanzioni per le imposte evase. Lo smantellamento ha portato, al netto della crisi economica, ad una perdita di gettito quantificata, in via prudenziale, sulla base dei dati contenuti nei “Conti Economici Nazionali” comunicati dall'Istat il 2 marzo scorso, in 7 miliardi di euro per il 2008.

2. l'introduzione della centrale unica per gli acquisti nelle pubbliche amministrazioni centrali e regionali (con operatività estesa agli enti locali presenti sul territorio regionale e alle società in house degli enti territoriali);

3. la ricostituzione presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze della Commissione per la spending review al fine di completare l'analisi avviata nel 2007 ed individuare i programmi di spesa da eliminare e riorganizzare, in alternativa agli iniqui, inefficienti ed inefficaci tagli lineari al centro della manovra di finanza pubblica di cui al D.L. 112/08, convertito con modificazioni nella Legge n. 133 del 2008.

4. l’utilizzo immediato delle risorse di competenza nazionale, previste nel Protocollo tra Governo, Regioni e Province autonome del 12 febbraio 2009, non impegnate nell’erogazione di trattamenti in deroga ai sensi dell’art. 19, comma 8 del D.L. 185/2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 2 del 2009.

13 febbraio 2009
Houston abbiamo un problema...???


Snoccioliamo qualche dato sulla situazione infrastrutturale italiana

mezzi circolanti (privati, pubblici, merci) sul territorio italiano = oltre 51 milioni;

incremento mezzi circolanti 2000 - 2007 = oltre 6 milioni di unità;

incremento rete autostradale 2000 - 2007 = 96 km;

incremento rete stradale (escluse autostrade) 2000 - 2007 = 8.000 km;

incremento rete ferroviaria 2000 - 2007 = 300 km.



Mi pare proprio che i dati servano, quantomeno, a farci riflettere seriamente su una mobilità nazionale  al collasso.

Alla faccia di tutti i proclami ascoltati negli ultimi anni e alle "grandi opere" sbandierate da qualcuno (che ha governato dal 2001 al 2006 e dall'aprile 2008 ad oggi)...abbiamo davvero un problema...

13 febbraio 2009
“Il Paese deve recuperare interesse per il sapere”


A colloquio con il professor Bruno Coppi, docente del Mit

Full professor al Mit di Boston dal 1968, Bruno Coppi (nella foto) è certamente uno dei ricercatori italiani di maggior pregio e prestigio che oggi lavorano all’estero. In questa intervista rilasciata al Giornale dell’Ingegnere affronta a tutto campo il tema della R&S: il diverso approccio culturale degli Stati Uniti rispetto all’Europa, ma anche al Giappone; il problema del trasferimento dei risultati al mondo dell’impresa, il delicato rapporto tra il diritto allo studio e la necessità di promuovere – anche attraverso la selezione – la qualità. Sul “caso Italia” prevalgono i rimpianti, per le troppe occasioni perse nel recente passato.
Professor Coppi, quali sono nel campo della R&S le principali differenze di approccio e di cultura tra Stati Uniti, Europa e Giappone?
Negli Stati Uniti c’è una grande considerazione per la cultura tecnologica, ma anche per quella umanistica. Non dimentichiamoci, ad esempio, che Harvard è dell’epoca dei primi Pilgrim Fathers e rispecchia ancora oggi il loro approccio e il loro rispetto nei confronti della conoscenza. Qualcosa del genere c’è stato anche in Italia: penso ai Collegi di Pavia e al fortissimo interesse che manifestavano nei confronti dei vari aspetti del sapere.
Poi, in Italia, quella tradizione si è in buona parte persa, mentre le Università americane sono state in grado di mantenerla e coltivarla. Non credo sia solo una questione di investimenti in calo, ma anche di una sensibilità sempre più affievolita, anche tra gli studenti, nei confronti della qualità. Ed è un vero peccato, poiché avevamo grandi tradizioni - ad esempio nell’ingegneria elettromeccanica - e non ci mancavano certo le opportunità di far bene. Io stesso avevo, a suo tempo, suggerito di puntare sulle auto ibride; ma poi non è stato fatto nulla. Mentre il Giappone ha investito in modo proficuo in questo campo. In Giappone, infatti, a dominare è la grande attenzione per gli sviluppi tecnologici.

E nel resto d’Europa?
In Francia ci sono le Grandi Scuole, tra cui la Scuola Politecnica, che poi forniscono risorse umane di alto livello alle istituzioni e ai quadri dirigenziali. Ciò è importante, poiché dà un’impronta positiva a tutto il sistema francese in termini di alta considerazione per la ricerca.
E in passato questo contesto ha anche favorito scelte coraggiose (come nel caso del nucleare). C’è però il rovescio della medaglia: molte di queste Scuole - non tutte - soffrono poi di un certo dirigismo; in altre parole gli indirizzi della ricerca sono a volte dettati più dalla politica che non dal libero spirito del singolo scienziato. Nonostante tutto, penso però che la situazione transalpina sia comunque molto migliore rispetto a quella dell’Italia.
Quanto alla Gran Bretagna, potremmo dire che è ancora permeata da uno “spirito aristocratico”: la ricerca è vista come qualcosa a sé stante, indipendentemente dai risultati concreti e applicabili oggi. Certo, con eccezioni importanti come nel caso dell’aerodinamica e dell’aeronautica. Proprio sull’aerodinamica nasce un altro rimpianto: anche in Italia, prima della seconda guerra mondiale avevamo, infatti, un’eccellente tradizione in materia…

Queste differenze nascono anche da un diverso approccio alla formazione e da differenti sistemi universitari?
Certamente le Università in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Italia sono molto diverse tra loro. Negli States, per esempio, molti atenei sono strettamente a numero chiuso. Al Mit studiano in tutto 4.000 universitari, cui si aggiungono 2.000 studenti per il dottorato (graduate). Anche in Francia le Università a numero chiuso sono molto diffuse.
Sia chiaro, è giusto assicurare a tutti il diritto di accedere allo studio; ma allo stesso tempo è giusto anche dare un peso al merito.
In Italia, poi, c’è un secondo aspetto negativo: anche quando sono stati stanziati fondi adeguati per condurre una ricerca di buon livello non è che questi arriveranno a destinazione o che saranno poi utilizzati adeguatamente. Terzo aspetto critico, la scarsa protezione della proprietà intellettuale e del credito scientifico. E, più in generale, la diffusa mancanza di rispetto per chi fa ricerca.
Un quadro abbastanza sconfortante...
Sì, però vorrei anche sottolineare che, nonostante tutto, i giovani che vengono a lavorare dall’Italia negli Stati Uniti sono spesso bravissimi e con straordinarie potenzialità. E questo è anche merito della famiglia e di come questa istituzione è ancora considerata in Italia.

Come si posizionano in questo ambito i Paesi emergenti, Russia, Cina e India in testa?
La Russia aveva una consolidata tradizione, fin dai tempi degli zar. Nonostante le vicende di questi ultimi anni, sono rimasti all’avanguardia in molti campi e hanno scienziati di grandissimo valore, in particolare per i materiali e per la fisica teorica. La Cina sta facendo passi in avanti davvero veloci, anche se le mancano i secoli di storia della conoscenza moderna che può avere un’Europa; e questo gap non è facile da colmare, soprattutto per quanto concerne la cultura umanistica occidentale. Un aspetto, quest’ultimo, ingiustamente trascurato. Ho parlato prima del modello positivo dei Collegi di Pavia. Ebbene, uno dei loro punti di forza era proprio la capacità di far convivere aspetti umanistici e non.
Anche l’India sta emergendo; vi sono persone di grande valore e le stanno utilizzando al meglio. Penso che nel prossimo futuro questo Paese asiatico avrà un ruolo significativo nello scenario mondiale della R&S.

Quali sono, ad oggi, le aree di eccellenza che l’Europa può comunque vantare nei confronti dei concorrenti?
Non sono certo poche. L’Europa ha una tradizione in molti campi e a ben vedere non è significativamente indietro rispetto ai concorrenti in nessuna area specifica. Forse il suo principale difetto è il difficile passaggio dalla ricerca pura alle applicazioni; e poi c’è il limite – ancora diffuso – della scarsa internazionalizzazione. Non parliamo dell’Italia, ma anche in Francia, ad esempio, è molto meno frequente rispetto agli Stati Uniti trovare all’interno di un’Università dei professori stranieri.

Approfondiamo un tema che ha già toccato. Perché, dal suo punto di vista, l’Europa e in particolare l’Italia faticano tanto a trasferire i risultati dai laboratori all’impresa?
Vede, prima di tutto bisognerebbe che le imprese stesse cominciassero a considerare un loro dovere quello di contribuire alla ricerca. Il concetto di semina è poco considerato e a quel punto diventa anche problematico attendersi un raccolto abbondante. Il caso italiano, ancora una volta, è emblematico. Con i cervelli che aveva, il nostro Paese avrebbe certamente potuto fare molto di più e ottenere maggiori risultati. Ma troppo spesso non ha saputo capire che certe aree erano strategiche e che occorreva coltivarle adeguatamente - è successo, ad esempio, con le competenze nel campo dello spazio - e così oggi guardiamo alle opportunità perse.

La fuga dei cervelli dall’Italia. Domanda provocatoria. E se fosse un’opportunità? Quella di portare competenze nostrane all’estero, con la possibilità poi di trasferire nuovamente nel nostro Paese il know-how acquisito?
Va detto che, prima di tutto, la fuga dei cervelli non è solo una questione economica (all’estero pagano di più i ricercatori) ma anche di atmosfera, di interesse più o meno diffuso per la cultura che una nazione sa esprimere. Faccio un semplice esempio. Al Mit ci sono molti professori affiliati che per buona parte dell’anno lavorano nel loro Paese (Italia compresa) e poi per un certo periodo di tempo vengono qui in America, fanno parte di una comunità mondiale e possono scambiarsi esperienze e conoscenze. Per replicare questo modello basta una scrivania e il senso di ospitalità; non servono capitali stratosferici. Perché l’Italia non potrebbe fare lo stesso? Perché non adotta semplici soluzioni per facilitare gli scambi? Questo sarebbe il migliore antidoto alla fuga dei cervelli e potrebbe, appunto, favorire anche un prezioso flusso di know-how e competenze dall’estero verso l’Italia.


Articolo di Davide Canevari tratto dal Giornale dell'Ingegnere del 1 febbraio 2009.

12 febbraio 2009
Il PD di Abbiategrasso in difesa della costituzione e delle istituzioni

Salviamo la costituzione

Solidarietà al Capo dello Stato




Sabato 14 febbraio 2009 dalle 15 alle 19

Presidio in Piazza Marconi ad Abbiategrasso.
30 gennaio 2009
GIOVANNI MARCORA, MILANO, L’ITALIA E L’EUROPA


Convegno di Studi

5-6 febbraio 2009

Istituto Luigi Sturzo, Via delle Coppelle, 35 - Roma



Giovedì 5 febbraio 2009

h. 16:00 - 19:00

Saluti Presidente Centro Studi Giovanni Marcora/Cepam e Presidente Istituto Luigi Sturzo

Presiede Alfredo Canavero

La formazione e la partecipazione alla Resistenza
Relazione a cura di Giorgio Vecchio

Marcora e Mattei negli anni della Resistenza
Relazione a cura di Matteo Pizzigallo

Venerdì 6 febbraio

h. 9:30 - 13:00

Presiede Mariapia Garavaglia

Le radici spirituali e politiche di Marcora
Relazione a cura di Alfredo Canavero

La Base: ideologia, organizzazione e politica
Relazione a cura di Maria Chiara Mattesini

Marcora e la DC
Relazione a cura di Augusto D’Angelo

La Base ed il centro sinistra a Milano
Memoria di Virginio Rognoni

Marcora Ministro dell’Agricoltura. Politiche agricole e ambientali tra Italia ed Europa Relazione a cura di Emanuele Bernardi

Economia e politica nell’ultimo Marcora
Relazione a cura di Gianni Borsa

h. 15:00 - 18:00

Presiede Virginio Rognoni

Marcora e i problemi della pace e della vita internazionale
Relazione a cura di Guido Formigoni

Il rapporto fra Marcora e De Mita
Testimonianza di Giovanni di Capua

Il periodo europeo
Testimonianza di Pietro Calamia

Discussione coordinata da Francesco Malgeri


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permalink | inviato da Andrea Sfondrini il 30/1/2009 alle 15:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 gennaio 2009
Giorno della Memoria


Weiße Rose - primo volantino

Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi " governare" , senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti. Non è forse vero che ogni tedesco onesto prova vergogna per il suo governo? E chi di noi prevede l' onta che verrà su di noi e sui nostri figli, quando un giorno cadrà il velo dai nostri occhi e verranno alla luce i crimini più orrendi, che superano infinitamente ogni misura?
Se il popolo tedesco è già così profondamente corrotto e decaduto nel più profondo della sua essenza, da rinunciare senza una minima reazione, con una fiducia sconsiderata in una legittimità discutibile della storia, al bene supremo dell'uomo che lo eleva al di sopra di ogni creatura, cioè la libera volontà, ovverosia la libertà che ha l'uomo di influenzare il corso della storia e di subordinarlo alle proprie decisioni razionali; se i tedeschi sono già così privi di ogni individualità, se sono diventati una massa vile e ottusa, allora sì che meritano la rovina. Goethe definisce i tedeschi un popolo tragico come gli ebrei e i greci, ma oggi questo popolo sembra che sia piuttosto un gregge di adepti, superficiali, privi di volontà, succhiati fino al midollo, privi della loro essenza umana, e disposti a lasciarsi spingere nel baratro.
Così sembra, ma non lo è. Ogni individuo è stato chiuso in una prigione spirituale mediante una violenza lenta, ingannatrice e sistematica; e soltanto quando si e , trovato ridotto in catene, si è accorto della propria sventura.
Soltanto pochi hanno compreso la rovina incombente, ed essi hanno pagato con la morte i loro eroici ammonimenti.
Si parlerà ancora del destino toccato a queste persone. Se ognuno aspetta che sia l'altro a dare l'avvio all'opposizione, i messaggeri della Nemesi vendicatrice si avvicineranno sempre di più; e allora anche l'ultima vittima sarà stata gettata senza scopo nelle fauci dell'insaziabile demone. Perciò ogni singolo, cosciente deUa propria responsabilità come membro della cultura cristiana ed occidentale, deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest'ultima ora al flagello dell'umanità, al fascismo e ad ogni sistema simile di stato assoluto.
Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate; impedite che questa atea macchina di guerra continui a funzionare, prima che le altre città siano diventate un cumulo di macerie come Colonia, e prima che gli altri giovani tedeschi abbiano dato il loro sangue per ogni dove a causa dell'orgoglio smisurato di un criminale. Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!

Da La legislazione di Licurgo e Solone di Friedrich Schiller
La legislazione di Licurgo è un modello di politica e psicologia in relazione al fine che si propone. Egli voleva uno stato potente, fondato su se stesso ed indistruttibile; forza politica e durata erano gli obiettivi a cui egli mirava, e questo fine lo ha raggiunto nel grado che era possibile nelle sue condizioni. Ma quando si raffronti lo scopo che si proponeva Licurgo, agli scopi dell'umanità, una profonda disapprovazione deve subentrare all' ammirazione che ci ha avvinti ad un primo superficiale sguardo. Ogni cosa deve essere sacrificata al bene dello stato non è mai in se stesso un fine, ma esso è importante solo come una condizione attraverso la quale può essere raggiunto il fine dell'umanità non è altro che l'espressione di tutte le risorse dell'uomo, il progresso. Se un ordinamento statale ostacola lo sviluppo di tutte quelle risorse che si trovano nell'uomo, se esso impedisce lo sviluppo dello spirito, esso è deprecabile e dannoso, per quanto possa essere elaborato e perfezionato nella sua forma. a sua stessa durata diventa più un motivo di rimprovero che di successo ; esso è solo un prolungamento del danno; infatti più dura nel tempo, più danni comporta.
...Il merito politico e l' attitudine alla politica vennero sviluppati a scapito di tutti i sentimenti morali. A Sparta non esisteva né l'amore coniugale, né l'amore materno, né l'amore filiale, né l'amicizia. Esistevano soltanto dei cittadini e delle virtù civiche.
Una legge di stato imponeva agli spartani di essere disumani verso i loro schiavi; in queste infelici vittime delle guerre veniva insultata e maltrattata l' umanità. Nello stesso codice giuridico spartano veniva insegnato il principio pericoloso di considerare gli uomini come mezzo e non come fine. In tal modo i fondamenti dei diritti essenziali della legge naturale e della morale venivano legalmente infranti.
...Quanto più bello fu l'esempio dato dal rude guerriero Caio Marcio nel suo accampamento davanti a Roma, allorquando sacrificò la vendetta e la vittoria perche egli non poteva vedere scorrere le lacrime della madre !
...Lo stato (di Licurgo) poteva sopravvivere ad una sola spirito del popolo si fosse estinto ; avrebbe potuto quindi durare solo se esso avesse mancato al più alto e unico scopo dello stato.

Da Il risveglio di Epimenide di Goethe
Atto secondo, scena quarta
Genî
Quello che audacemente è uscito fuori . dall'abisso ,
può per un ferreo destino
soggiogare metà della sfera terrestre,
ma nondimeno nell'abisso deve tornare.
Già minaccia un terribile timore :
egli invano cercherà di resistere !
E tutti coloro che a lui sono legati
dovranno perire con lui.
La speranza
Ora incontro i miei valorosi,
che si radunano nella notte ,
per tacere , non per dormire ;
e la bella parola "Libertà"
viene bisbigliata e sussurrata,
fino a che con insolita novità
sui gradini dei nostri templi
grideremo ancora con nuovo entusiasmo :
"Libertà! Libertà! " .
Vi preghiamo di ciclostilare questo foglio nel maggior numero possibile di copie e di diffonderle.

22 gennaio 2009
Il discorso d'insediamento

Barack Hussein Obama - Washington 20.01.2009


Concittadini!

Oggi mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione.

Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l'America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali.

Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani.

E' ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C'è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.

Questo sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione dovrà avere aspettative più basse.

Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapido. Ma America, sappilo: le affronteremo.

Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia.

Oggi, siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Siamo ancora una nazione giovane, ma - per dirla con le parole della Scrittura - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E' venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l'idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.

Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà.

Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita.

Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell'Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura.

Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.

Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell'America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l'anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell'immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell'America.

Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c'è lavoro da fare. Lo stato dell'economia richiede un'azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.

Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologie in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi.

Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.

Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi piani. Hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l'immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio.

Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure che si possano permettere, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo.

La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso sono solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.

Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta.

Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né vacilleremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.

Perché noi sappiamo che il nostro retaggio "a patchwork" è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l'amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi, prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.

Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.

Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso.

Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. E già, a questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente lo spirito che deve abitare in tutti noi. 



Per tanto che un governo possa fare e deve fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino.

Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto.

Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.

Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell'anno in cui l'America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l'esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:

"Che si dica al futuro del mondo... che nel profondo dell'inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù... Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo".

America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull'orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l'abbiamo consegnata intatta alle generazioni future.

Tratto da Repubblica.it
20 gennaio 2009
Obamaday
20 gennaio 2009
DI(S)MISSIONI

Dopo

- Piazza Castello (costo: 240.000 Euro circa)

- Viale Mazzini (costo: 290.000 Euro circa)

- Irpef aumentata del 500% con aggravio di centinaia di Euro per famiglia

i cittadini abbiatensi verranno chiamati a colmare un ulteriore deficit che questa Amministrazione di CENTRO-DESTRA+LEGA NORD in un solo anno e mezzo di governo è riuscita a produrre.

E’ ora infatti il turno dell’ASSP (Azienda speciale SERVIZI ALLA PERSONA e gestione FARMACIE COMUNALI) che chiuderà con un Bilancio stimato pesantemente negativo di Euro 270.000.

Un risultato purtroppo prevedibile in quanto questa Amministrazione:

1. non si è mai preoccupata di sviluppare un piano strategico virtuoso con obiettivi e capacità di indirizzo chiari

2. gli Assessorati di competenza (Bilancio e Servizi Sociali) non sono stati in grado di tenere collegamenti adeguati con il Consiglio d’Amministrazione fornendo un supporto strategico come avviene per ogni ente a gestione pubblica

3. non ha saputo esprimere alcuna idea concreta in merito ad un possibile piano di rilancio la cui necessità era da più parti sollecitata ed evidente

Nonostante tutto questo e malgrado il Consiglio d’Amministrazione – dopo essere stato abbandonato al suo destino – sia in maggior parte dimissionario (3 componenti su 5, tra cui la Presidente, hanno rassegnato le proprie dimissioni) questa Amministrazione di CENTRO-DESTRA+LEGA NORD continua ad ignorare il problema andando esclusivamente alla ricerca di capri espiatori.

Infatti:

- nessun piano di rilancio è stato illustrato

- nessuna seria analisi delle problematiche vere che hanno determinato questa profonda crisi è stata fatta

- il futuro resta più incerto che mai

In un solo anno e mezzo è stata vanificata la virtuosa gestione della precedente Amministrazione di Centro-Sinistra che era riuscita a garantire tanti anni di crescita positiva grazie ad una collaborazione fattiva tra Sindaco, Assessori competenti e Presidente dell’ASSP e relativo Consiglio d’Amministrazione dando prova di una responsabile sinergia a garanzia di servizi adeguati e Bilanci in utile.

Il PARTITO DEMOCRATICO denuncia questo ulteriore spreco da parte dell’Amministrazione Comunale che denota da un lato l’evidente incapacità a gestire la cosa pubblica e dall’altro un’assoluta mancanza di interesse a valorizzare le risorse presenti sul nostro territorio.

A chi giova tutto questo? La cittadinanza attende risposte.

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